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La fitoterapia

Il termine «fi toterapia» deriva da due parole greche che significano essenzialmente «curare con le piante». Si tratta di una pratica millenaria basata su una conoscenza empirica trasmessa e arricchita nel corso di innumerevoli generazioni.

 

Al giorno d‘oggi la fitoterapia si basa su quest‘antica saggezza tradizionale e sulle scoperte della medicina moderna. L‘incontro relativamente recente di questi due mondi e le poche norme che regolano questo settore fanno in modo che la pratica e la formazione siano ancora molto disparate.

Nel campo della cura con le piante esistono due tendenze principali. Alcuni mettono soprattutto l‘accento sulle conoscenze empiriche sulle piante e sui loro effetti riconosciuti dalla notte dei tempi. Si interessano agli effetti della pianta nella sua globalità, su tutto l‘individuo. Altri invece si basano principalmente sulle conoscenze biochimiche e si preoccupano dei sintomi delle malattie e dell‘azione dei principi attivi delle piante.

L‘impiego di piante medicinali è ancor oggi la forma di medicina più diffusa nel mondo. Tuttavia, verso la fine del XIX secolo conobbe un rapido declino in Occidente con l‘avvento della medicina scientifica e la comparsa dei farmaci moderni (aspirina, antibiotici, cortisone, ecc.). Ad ogni modo, le persone si sono di nuovo avvicinate alle piante medicinali a partire dagli anni ’70. La loro crescente fama ha portato gli scienziati a condurre nuove ricerche. Negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni studi clinici randomizzati e revisioni sistematiche sulla fitoterapia. I principali problemi di salute analizzati sono l’artrite, il cancro, la malattia di Alzheimer, i sintomi della menopausa e il dolore. I risultati dimostrano che la fitoterapia, da sola o associata alla medicina classica, sembra promettente per il trattamento di alcune malattie. Invece, la scarsa qualità di molti di questi studi limita le conclusioni sull‘efficacia della fitoterapia.

Generalmente, le piante medicinali d‘uso comune provocano pochissimi o nessun effetto indesiderato. Ciò rappresenta uno dei loro vantaggi principali. Inoltre, l‘azione sinergica dei vari componenti sta iniziando a essere meglio compresa e accettata scientificamente. Per concludere, contrariamente ad alcune credenze popolari, esistono numerose piante dagli effetti praticamente immediati sul metabolismo.

 

point-d-interrogation_googleEfficacia dimostrata o effetto placebo?

Una questione che ci si pone immediatamente consiste nel comprendere perché una pianta utilizzata nella sua integralità dovrebbe essere più efficace di una molecola specifica contenuta in questa pianta e che può essere estratta e somministrata sotto forma di farmaco.                                  In alcuni casi è stato dimostrato che potenti interazioni tra i diversi componenti di una pianta possono aumentare l‘effetto terapeutico, che si tratti di interazioni farmacocinetiche (una sostanza inibisce o al contrario attiva un‘altra sostanza) o di meccanismi epigenetici (una sostanza favorisce l‘espressione di alcuni geni che potenziano l‘azione di un‘altra sostanza).                                                                                                                  Per esempio, è stato dimostrato che la pianta chiamata artiglio del diavolo (Harpagophytum) è più efficace dell’arpagoside, il principio attivo estratto da questa stessa pianta, per il trattamento dei dolori legati all‘artrosi. E là dove la scienza non ha potuto verificare formalmente l‘efficacia di una pianta, non bisogna dimenticare la Potenza dell‘effetto placebo, combinato all‘effetto terapeutico reale della pianta stessa. Da questo punto di vista, la relazione tra il paziente e il trattamento, e in particolare tra il paziente e il proprio terapista (medico, farmacista) è essenziale. Nella medicina classica occidentale, l’effetto farmacologico di una medicina è generalmente abbastanza forte e riduce apparentemente l‘effetto placebo ad un livello minimo relativamente all‘efficacia del trattamento. In medicina alternativa, la visione generalmente più umanista e più olistica del terapista e del suo paziente favorisce l‘effetto placebo.                                 D‘altra parte, l’effetto placebo è un beneficio che la medicina dovrebbe sfruttare di più. Sappiamo che, in media, l‘effetto placebo rappresenta circa il 30% dell‘effetto terapeutico; il 50% in un gran numero di patologie psichiatriche, e fino all‘85% nel caso di alcuni dolori.

 

Attenzione alle controindicazioni

Non tutto ciò che è «naturale» è innocuo. Alcune piante sono semplicemente tossiche e altre possono essere nocive se presentano interazioni con altre piante, farmaci o integratori. L’assunzione di piante associata ai medicinali e agli integratori può generare l‘interazione di due principi attivi e provocare la comparsa di effetti secondari talvolta gravi. Di seguito qualche esempio.

1) Il biancospino può talora provocare palpitazioni, tachicardia, mal di testa, vertigini, vampate di calore, disturbi gastrointestinali. Il biancospino è controindicato per le donne incinte (primo trimestre) e per i bambini con meno di 12 anni. Le persone che seguono una cura per disturbi cardiaci o un trattamento antiaggregante piastrinicodevono consultare il medico.

2) La camomilla è sconsigliata agli asmatici con allergia ai pollini. Per precauzione se ne sconsiglia l‘uso anche alle donne incinte. E lo stesso vale per l‘associazione con l‘alcol e gli anticoagulanti.

3) La valeriana può causare una leggera nausea o disturbi ga- strointestinali. Si sconsiglia l‘impiego della valeriana alle donne incinte per precauzione. Non assumere la valeriana in associazione con l‘alcol (rischio di sonnolenza) o con altri trattamenti ansiolitici o ipnotici. Sono state descritte interazioni con gli anticoagulanti, gli integratori di ferro e gli analgesici oppioidi.

4) L‘iperico, consigliato per gli stati di depressione leggera, può diminuire l‘efficacia di alcuni medicinali come gli anticoagulanti, i contraccettivi orali, gli antidepressivi… Phyto

 

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I rischi alimentari

I rischi alimentari coprono uno spettro relativamente ampio di affezioni e in questa rubrica non tratteremo delle intossicazioni alimentari, numerose quanto varie.

 

Intolleranza o allergia?

Molte persone fanno confusione tra intolleranza e allergia alimentare.

L’allergia alimentare è una reazione anomala delle difese fisiche (anticorpi anti-IgE) in seguito all‘ingestione di un alimento. Il 20% delle persone intervistate dichiara essere allergico/a ad alcuni alimenti. In un altro sondaggio, il 75% delle persone intervistate pensa che almeno un membro della propria famiglia soffra di allergia alimentare. In realtà, ne è affetto circa il 6% dei bambini e il 4% degli adulti, ma si osserva una tendenza all‘aumento.                                                                                              La sindrome orale allergica è una manifestazione frequente e relativamente inoffensiva: prurito a livello delle labbra e della gola, bocca impastata, rigonfiamento delle labbra, della lingua, della gola e della faringe. A volte si osservano altre reazioni che possono essere gravi, a seconda dei casi: vomito, crampi allo stomaco, diarrea, reazioni cutanee (eczema, orticaria), crisi d‘asma, fino allo shock anafilattico. Per determinare quale sia l‘alimento responsabile dell‘allergia, si procede di solito ad una diagnosi basata su analisi cutanee e sanguigne, e su test di esposizione. Per prevenire queste allergie, l‘astinenza è d‘obbligo, e deve includere anche le fonti nascoste degli alimenti in causa (ad esempio, nel caso dei dolci da forno). Oggi, l‘etichettatura dei cibi, sempre più efficace, permette di prevenire tali allergie.                                                                                              Gli alimenti che spesso provocano allergie alimentari negli adulti sono la nocciola, il sedano, la mela e il kiwi. Reazioni talvolta gravi possono essere causate da arachidi, frutti di mare e sesamo. Infine, si osservano delle reazioni crociate, ad esempio tra il polline della betulla e frutti con semi o nocciolo crudi, tra acari e frutti di mare, o tra lattice e frutta esotica. I bambini sono più sensibili al latte di mucca, alle uova di gallina, alle arachidi e alle noci.

 

L’intolleranza alimentare designa diverse reazioni di origine non allergica nei confronti di alcuni cibi. Si parla anche di ipersensibilità ad un alimento. Queste intolleranze non possono essere identificate utilizzando gli esami per la diagnosi delle allergie. Si stima che esse interessino il 20% della popolazione svizzera.                                                                                     In presenza di un‘intolleranza alimentare, il corpo non è in grado di digerire o di metabolizzare l’alimento in questione. Il corpo non produce anticorpi, ma reagisce direttamente all‘alimento manifestando dei disturbi, anche quando tale alimento è consumato in piccole quantità.

I sintomi possono essere numerosi. Si osservano solitamente dei disturbi digestivi (dolori addominali, flatulenza, diarrea, costipazione), ma possono anche presentarsi altri sintomi come fatica, irritabilità, reazioni cutanee, mal di testa o problemi circolatori. Si tratta di sintomi talvolta insidiosi e la diagnosi può rivelarsi complessa. Il trattamento classico consiste nell‘astenersi dal consumo dell‘ alimento in questione, anche se ci sono soluzioni farmacologiche in caso di intolleranza al lattosio e all‘istamina.

Esistono diversi tipi di intolleranza alimentare. Presentiamo qui di seguito le due intolleranze più spesso citate, cioè l‘intolleranza al glutine e quella al lattosio.

L‘intolleranza al glutine o celiachia

In Svizzera, questa patologia tocca circa l‘1% della popolazione. Il glutine si trova in diversi tipi di cereali (grano, orzo, segale, farro). Esso attacca la mucosa dell‘intestino tenue e, con il tempo, i cibi non sono più sufficientemente assorbiti; ciò provoca malnutrizione e di conseguenza, nel bambino, perdita di peso, disturbi digestivi e della crescita, e nell‘adulto fatica, anemia e carenza di ferro.

La diagnosi può comprendere le tappe seguenti: un test sanguigno che attesti la presenza di alcuni anticorpi i quali indicano a loro volta che il paziente fa parte o meno dei soggetti a rischio; e una biopsia dell‘intestino tenue, per mettere in evidenza la distruzione dei villi intestinali (piccole sporgenze filiformi). Una dieta senza glutine può essere utilizzata per confermare o meno la diagnosi.

La dieta di una persona intollerante al glutine include molti cibi freschi, trasformati il meno possibile: frutta e verdura, carni, pesci e volatili né impanati né marinati, legumi e soia, alcuni cereali (riso, quinoa, miglio), alcune farine (mais, riso, patate, ceci, soia), e la maggior parte dei prodotti caseari.

L’intolleranza al lattosio

L’intolleranza al lattosio, che non va confusa con un‘allergia alle proteine bovine, colpisce circa il 20% della popolazione svizzera. Le persone che soffrono di questa intolleranza non possono produrre una quantità sufficiente di lattasi, un enzima che digerisce il lattosio. In queste persone, il lattosio non viene scisso in glucosio e galattosio nell‘intestino tenue durante il processo digestivo e giunge nell‘intestino crasso, dove fermenta per l‘azione di alcuni batteri, provocando flatulenza, diarrea, crampi intestinali e una sensazione di malessere generale.

Il livello di tolleranza individuale può essere determinato da uno/a specialista in nutrizione. I cibi che contengono lattosio sono generalmente tollerati meglio se presi in piccole quantità, suddivise lungo l‘arco della giornata.no milk

 

 

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Le farmacie minacciate di chiusura?

Ogni anno in Svizzera viene realizzato uno studio sulla situazione economica delle farmacie, e negli ultimi anni i risultati mettono in evidenza che un gran numero di farmacisti hanno difficoltà crescenti ad equilibrare il loro bilancio.

 

Secondo gli ultimi risultati disponibili sull‘esercizio 2012, il 20% delle farmacie sarebbe minacciato di chiusura, per via di un fatturato insufficiente a coprire tutte le spese. Diverse ragioni possono spiegare questa situazione alquanto preoccupante e ignorata da gran parte della popolazione.

Se il volume d‘affari medio per farmacia si colloca poco al di sotto di 3 milioni di franchi svizzeri (CHF 2,87M), oltre il 40% dei farmacisti dichiara un fatturato inferiore a 2,5 milioni di franchi svizzeri. Nella misura in cui le spese fisse sono elevate (in particolare gli stock di medicinali, che rappresentano mediamente il 70% delle spese), le piccole farmacie sono particolarmente fragili. A questo si aggiunge l‘aumento dei contributi salariali, che rappresentano in media il 70% delle spese se si esclude il costo dei medicinali. Un altro fenomeno che non va trascurato è la tendenza ad aumentare le ore di apertura per uniformarsi agli orari degli altri negozi, con un ulteriore incremento delle spese gestionali. In parallelo, sono stati ordinati dal Consiglio Federale cinque cali dei prezzi consecutivi in otto anni per i prodotti rimborsati dalle casse malati. E questi farmaci rappresentano in media circa il 60% delle vendite. Questa proporzione supera persino l‘80% nelle piccole farmacie, in cui la superficie espositiva è più piccola e l‘esposizione dei prodotti in libera vendita è limitata.

 

Infine, bisogna ricordare che sta aumentando la concorrenza di altri canali di distribuzione (vendita di farmaci per corrispondenza, internet, medici che dispensano in Svizzera tedesca, grandi magazzini per i prodotti in vendita libera) che non hanno gli stessi vincoli (consigli personalizzati, disponibilità di medicinali, orari di apertura).

Ci pare necessario affrontare questa questione a livello politico, per garantire in futuro un servizio sanitario e un accesso alle cure di primo ricorso di grande qualità, come è possibile oggi.

Si tratta non solo di conservare un accesso alle cure di prossimità, particolarmente nelle regioni periferiche, ma anche di garantire l’attrattività della professione di farmacista per i nuovi professionisti. Infine, l‘assortimento di farmaci disponibili non dovrebbe essere ridotto a causa di una misura economica.

 

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