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All Posts in Category: Salute

Il raffreddore si può evitare!

In questa stagione, tutti cerchiamo di non prendere il raffreddore. Ecco alcune raccomandazioni.

Che distanza mantenere tra noi e una persona raffreddata?

Si raccomanda la distanza di un metro. Quando il virus è stato trasmesso, non si può più fare nulla. La malattia si svilupperà oppure no: è una questione di probabilità.

In quale momento della malattia il raffreddore è più contagioso?

I virus del raffreddore possono essere secreti uno o due giorni prima della comparsa dei primi sintomi. È durante questo periodo, detto di incubazione, così come al momento della comparsa dei primi sintomi (mal di gola, starnuti, raffreddamento, ecc.) che il contagio è più probabile. Di solito, dopo cinque giorni il raffreddore non è più contagioso, benché alcuni sintomi persistano.

Quanto tempo sopravvivono i virus del raffreddore su una superficie inanimata (maniglia di una porta, tastiera del computer, sedile dell’autobus…)?

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La caduta dei capelli: meglio prevenire che curare!

L’alopecia è il termine medico che designa una perdita di capelli che lascia la pelle parzialmente o totalmente nuda. La calvizie, che è la forma di alopecia più comune, colpisce essenzialmente gli uomini. Questo fenomeno naturale è fortemente determinato dall’eredità. Altre forme di alopecia possono rivelare un problema di salute o essere causate, per esempio, dall’assunzione di farmaci.

In greco, alôpex significa “volpe”. L’alopecia ricorda l’abbondante perdita di pelo che caratterizza la volpe ogni anno, all’inizio della primavera.

Sono in corso vari studi per conoscere meglio le cause della calvizie. L’eredità sembra esercitare un’influenza fondamentale. Negli uomini, la calvizie è influenzata dagli ormoni sessuali maschili (androgeni), come il testosterone. Il testosterone accelera il ciclo di vita dei capelli. Con il passare del tempo, questi diventano sempre più sottili e corti. I follicoli piliferi si riducono, poi cessano di essere attivi. Sembra anche che alcuni tipi di capelli siano maggiormente influenzati dal tasso di testosterone. Le cause della calvizie nella donna sono state studiate molto meno. Anche le donne producono androgeni, ma in piccolissime quantità. In alcune di loro, la calvizie potrebbe essere legata a un tasso di androgeni più alto della media, ma la causa principale resta l’eredità (antecedenti di calvizie nella madre, in una sorella…).

Non esiste nessun metodo miracoloso per prevenire l’alopecia, soprattutto quando è di origine ereditaria. Comunque, alcune misure semplici possono contribuire alla salute dei capelli.

Come prendersi cura dei capelli

– Avere una buona igiene capillare.
– Evitare di condividere pettini, spazzole e altri accessori per capelli.
– Non abusare di prodotti chimici (tinte, fissativi, ecc.).
– Evitare di tirare in maniera eccessiva i capelli quando li si pettina o con accessori per acconciature.

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Prevenire la cistite

La cistite colpisce soprattutto le donne. Si tratta di un’infiammazione della vescica, il più delle volte provocata dalla proliferazione di batteri intestinali del tipo Escherichia coli, numerosi intorno all’ano. I batteri passano dalla zona anale e vulvare alla vescica, risalendo lungo l’uretra. Tutto ciò che impedisce lo svuotamento della vescica aumenta il rischio di cistite, perché aumenta la ritenzione di urina, e quindi il tempo di proliferazione dei batteri. La cistite è sempre accompagnata da uretrite, l’infiammazione dell’uretra.

Qualche consiglio per ridurre il rischio di infezione urinaria…

  • Bere a sufficienza, e specialmente acqua. Si raccomanda di bere da sei a otto bicchieri al giorno di acqua o bevande diverse (succhi, brodo, tè, ecc.). Questa quantità serve come riferimento, ma non poggia su dati scientifici precisi. Il succo di ossicocco è un’opzione interessante per prevenire le ricadute, perché pare impedisca ai batteri di aderire alle pareti delle vie urinarie. Un adulto sano dovrebbe produrre da mezzo litro a due litri di urina al giorno.
  • Occorre urinare quando se ne sente il bisogno: trattenere l’urina nella vescica troppo a lungo è un modo per dare tempo ai batteri di moltiplicarsi.
  • Occorre lottare contro i disturbi del transito intestinale, in particolare contro la stitichezza, che favorisce la cistite, poiché alcuni batteri stagnano nel retto.

… e in particolare per le donne

  • Per le ragazze e le donne, il modo migliore di prevenire le infezioni urinarie è di asciugarsi sempre con la carta igienica da davanti verso l’indietro, dopo essere andate di corpo o dopo aver urinato.
  • Lavare la zona anale e vulvare quotidianamente. Tuttavia, si sconsiglia di effettuare una pulizia troppo “aggressiva”, perché tende a fragilizzare le mucose. Evitare il più possibile di utilizzare deodoranti come profumi intimi o lavande vaginali sulla zona genitale, e oli o bagnoschiuma che possono irritare la mucosa dell’uretra. L’uso di questi prodotti può causare dei sintomi simili a quelli di un’infezione urinaria. Se si vuole assolutamente utilizzare un prodotto, occorre assicurarsi che non sia irritante e preferirne uno a pH neutro.
  • Urinare immediatamente dopo il rapporto sessuale. Utilizzare sempre preservativi lubrificati, che irritano meno le parti genitali. E non esitare ad aggiungere gel lubrificante. In caso di secchezza vaginale, per evitare le irritazioni, utilizzare durante i rapporti sessuali un lubrificante solubile nell’acqua.
  • In caso di infezioni frequenti attribuibili all’uso del diaframma, si consiglia di cambiare metodo contraccettivo.

Fonte: www.passeportsante.net

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Uscire definitivamente dalla depressione

Se fino a ieri, attenuare i sintomi della depressione durante la fase acuta era l’obiettivo principale del trattamento terapeutico, oggi gli specialisti portano un’attenzione particolare alla qualità della guarigione dei loro pazienti. Lo scopo: prevenire qualsiasi ricaduta causata da sintomi residui.

Guarire dalla depressione è spesso un percorso lungo e caratterizzato da fasi di remissione e ricadute. Nel corso di questi ultimi anni, gli specialisti si sono concentrati sulla qualità della guarigione dei pazienti, dopo un episodio depressivo maggiore. La ragione è semplice: le persone che presentano dei sintomi depressivi residui (30 – 50% dei casi), per esempio perdita di piacere e di interesse, ansia o preoccupazioni di tipo somatico (dolori, ecc.) sembrano essere a medio termine più fragili, rispetto ai pazienti in cui si osserva la scomparsa totale dei sintomi. Il rischio di ricaduta nei pazienti con sintomi residui sarebbe tre volte più elevato che nelle persone diventate asintomatiche.

Segni persistenti di depressione

Un altro fattore importante è che questi “sintomi residui”, come sono definiti dagli specialisti, possono pesare molto sul funzionamento psicosociale del paziente e possono persino alterare la qualità di vita. Inoltre, altri problemi (per esempio, disturbi del sonno, difficoltà cognitive o sessuali), che potrebbero essere in parte legati anche all’assunzione di farmaci antidepressivi, sono suscettibili di ostacolare il processo di guarigione. Per finire, la perdita di interesse e l’assenza di piacere sono due fattori che sembrano avere un ruolo notevole nel rischio di ricaduta.

L’accompagnamento verso la guarigione

Quindi, in un paziente in fase di remissione, il medico cercherà di identificare e di trattare tutti i fattori che potrebbe compromettere una remissione totale. Per questo, farà attenzione a ogni aspetto della vita del suo paziente: dal funzionamento sociale, all’integrazione professionale e al benessere. Per accompagnarlo al meglio durante il percorso di guarigione, il medico rivaluterà la sua diagnosi e farà attenzione all’eventuale presenza di altre malattie psichiatriche (come l’ansia, una dipendenza o dei problemi somatici) che potrebbero essere associate alla depressione. La terapia medicamentosa potrà essere adattata (aumento delle dosi, cambio di molecola, aggiunta di un secondo antidepressivo), a condizione di rispettare la tolleranza individuale del paziente. Infine, per gestire al meglio la presenza di questi sintomi evocatori di una depressione recente, il medico potrà proporre un sostegno psicologico, visto che la psicoterapia cognitiva e l’approccio interpersonale sono particolarmente adatti in tali circostanze.

In caso di malattia che resiste alle cure convenzionali e che non lascia presagire una remissione, si possono considerare altre terapie. Da molti anni, è noto che la privazione di sonno ha risultati spettacolari, ma transitori, nei pazienti con depressione. Infatti, una privazione parziale o totale del sonno provoca rapidamente un miglioramento dell’umore. Oggi, grazie ai progressi scientifici in cronoterapia, sappiamo che quest’ultima va associata ad altri metodi di cura (luminoterapia, antidepressivi o stabilizzatori dell’umore, avanzamento di fase) per mantenere il suo effetto antidepressivo.

Esistono anche degli approcci di stimolazione cerebrale, utilizzati in alcuni paesi – la stimolazione magnetica transcranica e la stimolazione cerebrale profonda o del nervo vago – ma non si tratta di terapie di prima intenzione. Questi approcci sono considerati promettenti per la cura delle depressioni resistenti, ma devono ancora dimostrare la loro efficacia, prima di poter essere rimborsati dalla cassa malati in Svizzera.

La stimolazione magnetica transcranica è stata approvata negli Stati Uniti per il trattamento della depressione maggiore negli adulti, in caso di mancata risposta ai farmaci classici, ma non in Europa o in Svizzera per questa stessa indicazione. Questo approccio ha un effetto antidepressivo, ma la sua vera utilità clinica è ancora oggetto di discussione all’interno della comunità scientifica.

Invece, la stimolazione del nervo vago è stata approvata per il trattamento della depressione cronica all’interno dell’Unione Europea. Il suo uso è molto raro in Svizzera. La stimolazione cerebrale profonda, che è associata a un rischio maggiore di effetti collaterali, è a sua volta riconosciuta come terapia aggiuntiva a quella medicamentosa, ma solamente per la cura del disturbo ossessivo compulsivo. La stimolazione profonda, invece, non è ancora stata approvata come approccio terapeutico per la depressione, sebbene alcuni studi abbiano mostrato dei buoni risultati.

Smartphone: un uso troppo frequente riflette una depressione?

Alcuni ricercatori americani hanno dimostrato che un uso intensivo di questo strumento può essere un riflesso fedele di una sindrome depressiva dell’utente.

Lo smartphone entra progressivamente nel campo della salute. È stata raggiunta una nuova tappa: alcuni ricercatori americani ci illuminano sulle possibili interpretazioni “psicologiche” del modo in cui utilizziamo questi strumenti di comunicazione. I risultati di questo lavoro sono appena stati pubblicati.

“Purple Robot”

L’uso che facciamo del cellulare fornisce una grande varietà di dati sui nostri comportamenti e le loro motivazioni. È lecito pensare che l’analisi di come una persona utilizza il suo smartphone possa permettere di diagnosticare l’esistenza di una depressione nell’utente? È ciò che suggersicono i ricercatori americani della Northwestern University. Per le loro ricerche hanno utilizzato la memoria dell’apparecchio (dotato dell’applicazione “Purple Robot”) per conoscere la frequenza d’uso dell’apparecchio, o la localizzazione dell’utente (tramite GPS).

Questo lavoro preliminare è stato condotto in 28 partecipanti adulti, che sono stati seguiti per due settimane. Un questionario iniziale aveva permesso di stabilire che la metà di essi soffriva di sindrome depressiva. L’analisi dei dati ha mostrato che la durata media di uso era di 68 minuti al giorno per le persone con sintomi depressivi (contro 17 minuti per le persone senza sintomi di sofferenza psichica).

Misure comportamentali

Le sindromi depressive sono anche associate a una vita più sedentaria (meno spostamenti e più tempo passato a domicilio). Questo è un segno di una motivazione meno forte e di un deficit energetico caratteristico dell’evitamento, un sintomo tipico della depressione. Infine, degli orari quotidiani irregolari (individuabili ugualmente tramite smartphone) sono associati alle sindromi depressive.

A partire da questi dati, i ricercatori americani pensano di essere capaci di identificare i sintomi depressivi con una precisione dell’86,5%. Senza sorprese, la precisione aumenta quando si chiede ai partecipanti di comunicare il proprio umore.

Depressione da Facebook

Una sindrome depressiva associata all’uso di Facebook era già stata sospettata da alcuni pedopsichiatri americani che avevano lanciato l’allarme nel 2011. Gli specialisti consideravano allora indispensabile di mettere in atto delle azioni di prevenzione contro una forma di depressione sviluppata dagli adolescenti che passano troppo tempo sui social network, tipo Facebook. Si era allora posta la questione di una confusione tra la causa e gli effetti: è Facebook che rende il giovane depresso, o è la depressione che spinge quest’ultimo a trovare rifugio unicamente su Facebook?

Nel 2013, la problematica è riapparsa in seguito alla pubblicazione di uno studio di un’equipe belga e statunitense. Infatti, alcuni ricercatori dell’università del Michigan e di quella di Lovanio hanno concluso che l’uso di Facebook può essere collegato alla sindrome depressiva. Un risultato simile è stato ottenuto da ricercatori australiani: gli adolescenti che presentano un “uso patologico” di Internet sono nettamente più esposti degli altri al rischio di depressione.

A seconda del punto di vista, si possono temere queste conclusioni o ci si può rallegrare dei risultati di tali ricerche. Alcuni vi vedranno la minaccia di nuove intrusioni nella nostra vita privata. Altri, invece, vi vedranno nuove possibilità diagnostiche e un ampliamento dell’armamentario terapeutico.

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Gli approcci complementari della depressione

La diagnosi di depressione e il trattamento/follow-up del paziente possono essere fatti solo da un professionista sanitario. L’automedicazione non è raccomandata e il consumo di medicamenti deve, in tutti i casi, essere effettuato sotto il controllo di un medico.

Però, ci sono numerosi approcci complementari per la cura della depressione, alcuni dei quali hanno provato la loro efficacia. Per esempio:

Iperico: il ruolo antidepressivo dell’iperico nel trattamento delle depressioni leggere e moderate è riconosciuto. Invece, per quanto riguarda la depressione grave, i risultati degli studi clinici sono contraddittori. Per via delle numerose interazioni con altri farmaci (contraccettivi orali, antidepressivi, antiretrovirali per il trattamento dell’HIV, ecc.), l’uso dell’iperico deve essere inquadrato.

Olio di pesce: l’utilizzo di quest’olio, ricco in Omega 3, è raccomandato come trattamento adiuvante della depressione e della depressione postpartum.

Ginkgo biloba: questa pianta, che proviene dalla farmacopea cinese, è nota per le sue capacità di alleviare, tra l’altro, i sintomi di depressione negli anziani affetti da Alzheimer. È possibile, inoltre, che il ginkgo contribuisca a regolare il sonno nei pazienti depressi.

Luminoterapia: la luminoterapia ha dimostrato la sua efficacia nel trattamento della depressione stagionale. In compenso, gli studi hanno mostrato un’efficacia modesta nella cura della depressione non stagionale, in complemento al trattamento classico.

Attività fisica: L’attività fisica è essenziale per l’equilibrio mentale. Diversi cambiamenti metabolici indotti dall’esercizio migliorano il funzionamento del cervello. Per esempio, le endorfine sono liberate durante l’attività fisica e contribuiscono al benessere generale. Alcuni studi hanno permesso di dimostrare che, in caso di depressione, l’attività fisica presenta dei benefici paragonabili a quelli di una terapia cognitiva. Di solito, si raccomanda di praticare un’attività fisica di 30 minuti cinque volte durante la settimana, sulla base del fatto che la quantità minima d’esercizio necessaria per ottenere dei benefici è di tre volte alla settimana per 20 minuti.

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I rischi legati all‘alcol

Anche se il consumo di alcol è radicato nel nostro paese e fa parte integrante dei riti sociali, l’abuso di bevande alcoliche interessa circa il 25% della popolazione adulta in Svizzera.

 

L’alcol, nemico della memoria

Ecco un nuovo capitolo da aggiungere ai tanti altri dedicati ai danni causati dall‘alcol. Uno studio pubblicato di recente da alcuni medici e ricercatori britannici conclude che un consumo eccessivo di bevande alcoliche nella fascia di età compresa tra i 30-40 anni aumenta in maniera significativa il rischio di soffrire più tardi di gravi disturbi della memoria

Effetto a lungo termine

Non è certo la prima volta che uno studio mette in luce un nesso tra la dipendenza all‘alcol e la demenza o i disturbi cognitivi. Ma i ricercatori si sono interessati in questo caso alla possibile associazione tra i due elementi a lungo termine. «Sappiamo già che esiste un legame tra il rischio di demenza e il livello di consumo di bevande alcoliche negli anziani. Ma è soltanto una parte del puzzle e al momento disponiamo di pochi dati sulle conseguenze a lungo termine dei problemi legati all‘alcol durante la giovinezza e la vita adulta», spiega il prof. Lang.

Quattro domande semplici

L’esistenza di un problema di dipendenza all‘alcol può essere stabilita grazie al questionario specializzato CAGE (Cut-down, Annoyed, Guilty, Eye-opener – Ridurre, Infastidito, Colpevole, Fatto rivelatore). Questo questionario comprende le seguenti domande:

• Ha già provato il bisogno di ridurre il suo consumo di alcol?

• Il suo entourage le ha già fatto delle osservazioni sul suo consumo di alcol?

• Si è già sentito(a) colpevole a causa del suo consumo di alcol?

• Ha già cominciato la sua giornata consumando una bevanda alcolica per eliminare lo stress o per sentirsi in forma?

Rischio raddoppiato

Gli esami cognitivi hanno mostrato che una storia clinica di problemi alcolici moltiplica per due il rischio di disturbi gravi della memoria. Una tendenza simile è stata osservata per i problemi di alcol e i disturbi cognitivi severi.

Per il prof. Lang, questi risultati suggeriscono tre conclusioni: si tratta di un problema di salute pubblica che deve essere preso in considerazione; nuove ricerche devono essere condotte sulle conseguenze dell‘abuso di alcol lungo tutto l‘arco della vita; il questionario CAGE può aiutare il personale medico a identificare le persone a rischio di disturbi cognitivi e della memoria, che potrebbero così usufruire di un aiuto per risolvere il loro problema con l‘alcol.

Nocivo a tutte le età

Il prof. Doug Brown, invece, ricorda che i media concentrano spesso l‘attenzione sui pericoli del consumo eccessivo di alcol nei giovani. Secondo lui, dovrebbero interessarsi anche al fatto che l’abuso di alcol è nocivo a qualsiasi età, e aggiunge: «Non si tratta di dire alle persone di smettere di bere. Come l‘adozione di una dieta alimentare equilibrata, l‘astensione dal fumo e l‘attenzione al proprio peso, un bicchiere di buon vino rosso può ridurre il rischio di sviluppare la demenza». Tutta la questione sta nel riuscire, con il passare del tempo, a mantenere questo ritmo e questo volume di alcol.

L’alcol, una giusta ricompensa dopo lo sport?

Uno studio americano ha messo in luce il collegamento tra la pratica di un esercizio fisico e il consumo di bevande alcoliche.

«Terzo tempo». È questa la formula che simboleggia quelli che possono essere i rapporti, talvolta spinti all‘estremo, tra il consumo di bevande alcoliche e la pratica sportiva intensa. Vi si può vedere una forma di “riconforto” collettivo dopo uno sforzo, anch‘esso collettivo. Inizialmente circoscritto al rugby, questo comportamento si è ormai generalizzato a numerose discipline sportive.

«Rilassarsi»

È un bisogno di “rinvigorirsi” dopo lo sforzo, un’occasione per “rilassarsi” o piuttosto una maniera di prolungare lo scambio in un‘atmosfera conviviale? Oppure una sorta di “autoricompensa”? Qualunque sia la ragione, il fatto è che il consumo di bevande alcoliche è più elevato nei giorni di attività fisica o sportiva. Perlomeno, questa è la conclusione di uno studio americano pubblicato di recente.  Il prof. David E. Conroy spiega che, sin dal giovedì sera, con l‘avvicinarsi del week-end, siamo numerosi ad avere la tendenza a “riprendere” lo sport e le bevande alcoliche. Una tendenza condivisa, secondo lo studio, a tutte le età. Nel 2011, dei ricercatori avevano già stabilito un nesso tra l‘attività fisica e il consumo di alcol, ma… nei topi da laboratorio.

 

Dal giovedì

Questo studio ha analizzato invece il diario (tenuto tramite smartphone) di 150 volontari di età compresa tra 18 e 89 anni. Ogni sera, ciascuno doveva fornire le informazioni principali sulle sue attività fisiche e il consumo giornaliero di alcol, per tre periodi di tre settimane. L’analisi di questi dati mostra che dal lunedì al mercoledì, i soggetti si concentrano sulle attività professionali o familiari, e riducono il consumo di bevande alcoliche. Invece, dal giovedì in poi, il consumo di alcol e l‘attività fisica riprendono simultaneamente. Precisione: non sono quelli che praticano più sport a bere di più.

Pessimo recupero muscolare

È un fenomeno uniforme che accomuna tutti i partecipanti allo studio, e a qualsiasi età o livello di pratica sportiva. I ricercatori suggeriscono diverse ragioni possibili. Ci sono la “ricompensa dopo lo sforzo” e le occasioni d’incontro inerenti alla pratica sportiva. La maggiore disponibilità durante il week-end è un altro elemento che può spiegare la simultaneità tra sport e consumo di alcol. Altri studi sono previsti per capire meglio gli eventuali legami tra queste due variabili. I risultati di questi studi dovrebbero anche permettere di elaborare degli interventi per incoraggiare la pratica di attività fisiche e sconsigliare il consumo di alcol dopo lo sforzo. «Cercheremo di capire le motivazioni esatte per pianificare meglio i nostri interventi in favore dell‘attività fisica, – spiegano gli autori –. È importante infatti sapere che le calorie dell‘alcol possono rapidamente rimpiazzare quelle bruciate con fatica durante lo sforzo fisico, e soprattutto che l‘alcol può nuocere al recupero muscolare dopo lo sforzo». Un dato che catturerà certamente l‘attenzione degli sportivi.

 

L’alcol e i senior: un argomento tabù

Secondo un‘inchiesta Svizzera sulla salute degli anziani pubblicata nel 2012, il 6% delle persone intervistate di età compresa tra 65 e 74 anni ha un consumo di alcol problematico e cronico (quattro bicchieri di vino o più al giorno per gli uomini e due bicchieri di vino per le donne). Nell‘ambito della Settimana Alcol che si è svolta dal 30 aprile al 9 maggio sotto l‘egida dell‘Ufficio federale della sanità pubblica (OFSP), sono stati affrontati diversi temi tra i quali quello, ancora tabù, dell‘alcolismo nei senior. Diverse ragioni possono spiegare questa situazione. Innanzitutto è difficile privare le persone anziane di un piacere che apparentemente fa loro del bene e non ha l‘aria di essere dannoso. Inoltre, i problemi legati all’alcolismo sono spesso difficili da identificare nei senior, perché occorrono in persone che prendono regolarmente dei farmaci e nelle quali la vista e l’equilibrio diminuiscono con il progredire dell’età. Tali fattori, parallelamente alla perdita di massa grassa, devono essere considerati come fattori aggravanti, poiché l‘alcolemia è più elevata negli anziani a pari consumo di alcol. Infine, per quanto riguarda le persone che soggiornano in istituti medico sociali (EMS), nessun regolamento cantonale o nazionale si occupa di questo problema che è lasciato all‘apprezzamento di ogni stabilimento. Alcuni direttori d‘istituto hanno comunque deciso di affrontare apertamente il problema e fanno appello a organizzazioni e strutture che vengono in aiuto agli alcolisti. Se si individuano problemi di alcolismo, la presa in carico è la stessa per giovani e anziani, ovvero un lavoro sulla motivazione al cambiamento.

 

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Le malattie allergiche sono in aumento!

Da qualche decennio, le malattie allergiche sono in continuo aumento. Che si tratti di allergie respiratorie come la rinite stagionale o l’asma, di allergie cutanee come la dermatite atopica del neonato e l’eczema, o di allergie e intolleranze alimentari, queste malattie toccano un gran numero di persone sin dalla più tenera età. Al pari delle malattie della civiltà, come il diabete, il sovrappeso e le malattie cardiovascolari, sembra che lo stress, i cambiamenti di ritmo di vita e/o d’alimentazione partecipino in maniera importante a quelle che sono chiamate le “malattie a caratte-re infiammatorio non infettivo”, di cui fa parte l’allergia.

 

L’allergia è definita come una reazione eccessiva e inadatta del sistema immunitario, dell’organismo nei confronti di alcune proteine (antigeni) che normalmente sono innocue e che sono chiamate per questo motivo allergeni. Nonostante l‘allergia possa manifestarsi in maniere diverse (rinite allergica stagionale, asma, dermatite atopica, eczema, allergie alimentari…), il punto comune di tutte queste forme è la presenza di una reazione immunitaria e una risposta infiammatoria inadatte e mal regolate.

La reazione allergica si sviluppa in diverse tappe: una sensibilizzazione iniziale e silenziosa del nostro organismo al primo contatto con l‘allergene, quindi una reazione immediata del sistema immunitario al contatto successivo, e infine una reazione ritardata con la messa in atto di una reazione infiammatoria. Questo modus operandi della reazione allergica ha bisogno di tre meccanismi diversi ma complementari:

1. Il contatto con le proteine-allergeni: in caso di esposizione eccessiva agli allergeni, in caso di aumentata permeabilità dei nostri filtri e delle nostre barriere naturali (in particolare le mucose).

2. La reazione immediata fa intervenire le cellule immunitarie, in particolare numerose popolazioni di linfociti (globuli bianchi), provocando la liberazione di mediatori chimici come le citochine, e di immunoglobuline (il più delle volte IgE, talvolta IgG). Una perdita della regolazione di diverse popolazioni di linfociti T può favorire la reazione allergica.

3. La reazione infiammatoria ritardata si sviluppa più facilmente in presenza di uno squilibrio tra le diverse famiglie di messaggeri chimici: i mediatori lipidici dell‘infiammazione. In caso di squilibrio nella proporzione di acidi grassi essenziali (squilibrio della famiglia omega 6/ omega 3) o in caso di cattiva regolazione delle citochine proinfiammatorie, questa reazione si manifesterà in maniera più intensa e durevole.

Probiotici e allergie: un nuovo approccio?

A ciascuna di queste tre tappe, la flora batterica intestinale gioca un ruolo centrale. Da appena qualche decennio, la scoperta di nuovi ruoli dell‘ecosistema intestinale permette di capire meglio lo sviluppo delle manifestazioni allergiche. L’ecosistema intestinale è composto da una flora batterica ricca e diversificata, ma molto stabile, da una barriera mucosa che serve da filtro selettivo, e da un abbondante sistema immunitario sottomucoso che rappresenta, da solo, il 60% delle cellule immunitarie del nostro organismo. Studi recenti confermano il ruolo essenziale della flora batterica dell‘intestino nell‘inizio, lo sviluppo, la maturazione e la regolazione del sistema immunitario nella sua globalità. Infatti, la flora intestinale di individui che presentano manifestazioni allergiche mostra numerose differenze di composizione rispetto a quella di individui sani non allergici.

Queste prime osservazioni hanno stabilito un legame chiaro tra uno squilibrio della flora “sana” e la prevalenza di malattie allergiche e infiammatorie. Le condizioni della vita moderna, lo stress, i cambiamenti alimentari, l‘assunzione di farmaci, in particolare di antibiotici, (…) sono tutte situazioni che turbano profondamente e durevolmente l‘ecosistema intestinale e la flora batterica. Al contrario, la ripopolazione dell‘intestino da parte di batteri detti “probiotici” ha mostrato un ruolo importante nella prevenzione o nel riequilibrio di questa flora. L’uso di probiotici è stato valutato anche nell‘ambito delle allergie: l’apporto di bifidobatteri e di lattobacilli sotto forma di preparazioni probiotiche è stato associato a una riduzione delle manifestazioni allergiche nei bebè, nei bambini e negli adolescenti. Uno studio finlandese ha dimostrato che la somministrazione di probiotici (del tipo Lactobacilles Rhamnosus GG) alla madre o al neonato riduce le manifestazioni allergiche di oltre il 50%. Inoltre, uno studio giapponese ha descritto gli effetti favorevoli dell‘apporto di probiotici (ricchi in Lactobacilles acidophilus) sulle riniti allergiche e su alcuni tipi di dermatite atopica nei bambini più grandi. Studi che hanno comparato ceppi diversi di probiotici hanno dimostrato che gli effetti protettivi o modulatori citati sopra dipendono dal ceppo selezionato (si parla allora di effetti “ceppo-dipendenti”).

Sulla base di questi lavori molto incoraggianti, la ricerca si orienta quindi verso la selezione di ceppi probiotici particolari, capaci di indurre una migliore  impermeabilità delle barriere protettive, il riequilibrio della flora batterica, una attività immunomodulante, una diminuzione della risposta linfocitaria di tipo Th2 (che promuove la produzione di IgE), una stimolazione dei linfociti regolatori e una modulazione, se non una regolazione, della risposta infiammatoria secondaria.

L’uso di probiotici per la prevenzione delle malattie allergiche nei soggetti a rischio e nelle famiglie atopiche e anche per il trattamento dei pazienti allergici si rivela perciò molto promettente. I probiotici hanno quindi il loro posto nel trattamento globale dell’allergia, accanto agli approcci terapeutici nutrizionali ed ecologici globali o farmacologici.

La desensibilizzazione

La desensibilizzazione è una terapia utilizzata in caso di allergia di tipo I, indotta tramite le IgE. È proposta alle persone che soffrono di disturbi allergici legati a un‘allergia da polline, agli acari della polvere domestica, ad animali o a muffe. In caso di allergia al veleno di insetti, la desensibilizzazione salva spesso la vita ed è quindi assolutamente raccomandata. Una dose crescente degli allergeni corrispondenti è iniettata sotto la pelle o presa sotto forma di compresse, o di gocce assunte sotto la lingua. L’obiettivo è di instaurare una protezione immunologica che permetta di evitare altre reazioni allergiche. Il corpo, in un certo senso, si “abitua all‘allergene”. Una desensibilizzazione si considera riuscita quando i disturbi diminuiscono molto o, nel migliore dei casi, scompaiono completamente.

Ritornano le allergie di stagione

Si ritiene che circa una persona su cinque soffra attualmente di raffreddore da fieno nei Paesi industrializzati, ovvero oltre 1 milione di persone in Svizzera. Gran parte di loro non consulta il proprio medico. Quale aiuto dal farmacista? Anche se le condizioni generali di salute sono comunque buone, senza febbre né dolori importanti, questi sintomi ripetitivi possono influire negativamente sulla vita sociale e professionale. E la stanchezza può colpire anche gli individui più resistenti.

 

Ecco alcune domande da porvi, le cui risposte servono a determinare la strategia della cura: gli starnuti sono ripetuti e consecutivi? Il muco nasale è molto chiaro e fluido? Si avverte un pizzicore al naso e/o in gola? I sintomi si sono presentati bruscamente? Ne avete già sofferto recentemente o lo scorso anno Nello stesso periodo? Siete stati di recente in un parco, in campagna o in una foresta?

In caso di risposta positiva alla maggior parte di queste domande, è molto probabile che si tratti di un’allergia, soprattutto se esiste già una sensibilizzazione ad altre sostanze (acari, animali domestici, alimenti…).

Le tre stagioni problematiche dei pollini Esistono tre principali «stagioni polliniche»:

• La stagione degli alberi, che inizia a febbraio, con i pollini del nocciolo e dell’ontano, e continua a marzo e aprile, con quelli del frassino e della betulla. I pollini degli alberi che causano la maggior parte delle allergie sono quelli del cipresso, della betulla e del platano.

• La stagione delle graminacee. La più famosa, che culmina tra maggio e luglio, a volte anche più tardi nelle zone di media altitudine. Alcune graminacee hanno un forte potere allergizzante. Ad esempio: erba mazzolina (dactylis glomerata), fleo (phleum pratense), loglio (lolium), gramigna, grano, avena…

• La stagione delle piante erbacee, che ha inizio durante la stagione delle graminacee e si estende fino all’autunno, a seconda delle regioni. Tra le specie più allergizzanti ritroviamo l’ambrosia, l’artemisia e il platano.

Sono molti i rimedi immediatamente disponibili per questi sintomi. Per un rapido sollievo: un farmaco antistaminico.

Se necessario, in combinazione con un trattamento locale.

A seconda del disturbo, se necessario, il farmacista può associare all’antistaminico un trattamento locale:

– per il naso, uno spray nasale a base di acqua marina o soluzione fisiologica. Le persone con una mucosa nasale secca a seguito di una massiccia secrezione nasale possono ottenere una riumidificazione prolungata;

– per gli occhi un collirio, nel classico flacone o in boccette monodose, per alleviare in modo efficace il pizzicore e il gonfiore delle palpebre.

È necessario farsi visitare da un dottore se dopo una settimana i sintomi allergici non sono ancora migliorati o se si dovessero presentare altri sintomi, come ad esempio tosse o allergia cutanea, sinusite acuta, respirazione difficile e sibilante.

Se necessario, in funzione dell’importanza dei sintomi e dei disturbi, occorre consultare un allergologo per effettuare test cutanei o esami del sangue. Non esitate a ricorrere ai test cutanei, oggi rapidi ed efficaci. In seguito arà possibile procedere a una desensibilizzazione alla sostanza incriminata, procedura ormai ben collaudata.

 

I 10 comandamenti delle persone allergiche

Tutte le persone che soffrono di un’allergia devono, se possibile:

1. Arieggiare solo brevemente durante la stagione dei pollini. Si può arieggiare più a lungo in periodi di pioggia prolungata o se le finestre sono provviste di schermi antipolline (consultare www.service-allergie-suisse.ch).

2. Montare un filtro antipolline in auto e sottoporlo a regolare manutenzione.

3. Lavare i capelli prima di coricarsi.

4. Non stendere la biancheria all’aperto.

5. In caso di tempo bello e ventoso, quando la concentrazione di pollini nell’aria è più elevata, si consiglia di limitare le attività all’aperto e di indossare occhiali da sole.

6. Privilegiare gli sport indoor.

7. Le persone allergiche sottoposte a trattamento farmacologico solitamente possono stare all’aperto senza problemi.

8. Prendere l’antistaminico circa un‘ ora prima di praticare l’attività sportiva.

9. Prima di grandi sforzi fisici, consumare solo cibi e bevande «sicuri», poiché in situazioni di stress le reazioni allergiche sono più rapide.

10. Chi soffre di reazioni crociate con gli alimenti dovrebbe rinunciare al consumo di frutta e noci prima di praticare uno sport.

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