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L’inquinamento dell’aria aumenta il rischio di ictus cerebrale

Che l’inquinamento dell’aria favorisca l’infarto è risaputo, ma il suo ruolo nell’attacco cerebrale non era chiaro. Un recente studio scozzese si è concentrato su questo punto e ha dimostrato che l’aria inquinata contribuisce all’aumento dei casi di ictus.

Ogni anno, l’ictus cerebrale, che i medici preferiscono chiamare attacco cerebrale, è responsabile di oltre cinque milioni di decessi nel mondo. Quando non uccide, questa patologia contribuisce ad aumentare il numero di invalidità, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito, nei quali si verificano i due terzi degli attacchi cerebrali nel mondo.

Purtroppo queste cifre aumentano ogni anno. Se questo incremento può essere attribuito in parte, nei paesi ricchi, all’aumento sostanziale della longevità, nei paesi più poveri, sono incriminati soprattutto dei fattori ambientali o legati allo stile di vita.

E una volta citate cause incontestabili come il tabagismo o l’obesità, bisogna certamente evocare la qualità dell’aria, che continua a degradarsi ovunque nel mondo e che probabilmente svolge anch’essa un ruolo, anche se secondario, nell’insorgenza degli attacchi cerebrali.

Sono queste le ragioni che hanno spinto un gruppo di ricercatori dell’università di Edimburgo a svolgere uno studio che ha raggruppato tutti i dati presenti nella letteratura medica sull’argomento.

Un’indagine molto vasta

I ricercatori hanno analizzato 94 pubblicazioni che citavano l’ictus e l’inquinamento atmosferico. Questi studi hanno registrato tutti i ricoveri ospedalieri dovuti ad attacco cerebrale e tutti i casi di morte imputabili a questa malattia. In questo modo, in tutto, sono stati recensiti 6,2 milioni di eventi in 28 paesi.

Nella loro analisi, i medici scozzesi hanno considerato l’aumento quotidiano di inquinanti gassosi come il monossido di carbonio, il diossido di zolfo o l’ozono da un lato, e l’aumento della concentrazione di polveri sottili dall’altro, per poi studiare le associazioni fra questi fenomeni e le statistiche inerenti agli ictus cerebrali.

In maniera generale, appare chiaro che i ricoveri ospedalieri per attacco cerebrale e i decessi dovuti a questa malattia sono associati agli inquinanti gassosi e alle polveri sottili, anche se in misura moderata per quanto riguarda l’ozono.

Un effetto immediato

In particolare, i ricercatori di Edimburgo sono riusciti per la prima volta a contabilizzare l’effetto di queste sostanze inquinanti sul rischio di ictus. È così che, per ogni tranche supplementare di 10 microgrammi per metro cubo di particolato PM2,5 (cioè di una dimensione di almeno 2,5 micron), si osserva un aumento di un poco più dell’1% del rischio relativo. L’aumento del rischio raggiunge il massimo il giorno in cui si registra un picco d’inquinamento e concerne più gli attacchi ischemici cerebrali (“infarti cerebrali”) che le emorragie cerebrali.

Per gli inquinanti gassosi, l’aumento del rischio relativo è più o meno simile: è pari infatti a 1,4 – 1,9% per ogni tranche supplementare di 10 ppb (parti per miliardo) di concentrazione in diossido di azoto e diossido di zolfo, e di 1,5% per ogni tranche supplementare di 1 ppm (parte per milione) di concentrazione in monossido di carbonio. Si noti che l’associazione è più forte nei paesi a basso e medio reddito e che la concentrazione in ozono è scarsamente associata a un aumento di rischio di ictus.

Due piccioni con una fava…

Per quanto riguarda i meccanismi che spiegherebbero l’influenza dell’inquinamento atmosferico sulla frequenza di attacco ischemico transitorio (o TIA dall’inglese transient ischemic attack), gli autori si limitano a enunciare alcune ipotesi. Pensano che gli agenti inquinanti possano probabilmente avere un effetto sulla parete interna dei vasi sanguigni (endotelio), là dove si accumulano i depositi lipidici suscettibili di provocare delle trombosi. Anche il sistema nervoso simpatico potrebbe essere coinvolto, provocando una vasocostrizione dei vasi sanguigni e un aumento della pressione arteriosa, notoriamente associata all’ictus ischemico.

Per concludere, le cifre ottenute dai medici scozzesi si aggiungono a quanto già scritto a proposito dell’azione dell’inquinamento atmosferico sul rischio di crisi cardiaca e sottolineano ancora di più l’urgenza di migliorare la qualità dell’aria, ovunque nel mondo. Congiuntamente alle misure di prevenzione individuali, una azione pubblica di questo tipo, realizzata su vasta scala, permetterebbe a colpo sicuro di ridurre il numero di ictus, seconda causa di morte nel mondo, e terza causa di invalidità.